EREMO DI SAN GIORGIO
LO SPAZIO DI FABIO - rubrica curata da Fabio Frigeri
09 Gennaio 2009

(f.f.) l’escursione all’Eremo di San Giorgio non è difficoltosa e ci mette in contatto con una realtà ormai dimenticata della nostra terra. Qua alcuni uomini scelsero di ritirarsi per vivere una vita di sacrifici, ma di serenità, lontano dalle difficoltà di un mondo già allora molto complicato. Da oltre duecento anni l’eremo è stato abbandonato e rimangono veramente pochissimi ruderi nascosti dalla vegetazione a testimoniare una vita dura e forse serena in un ambiente certamente non facile.

EREMO DI SAN GIORGIO

Si trova a 887 metri di quota a cavallo di una cresta tra il canale di Àiola ad est ed il torrente Lucido di Vinca ad ovest. Questa cresta può essere considerata una diramazione minore del vicino Pizzo d’Uccello. L’eremo dista 2,4 km dall’abitato di Àiola e si può arrivare ad esso seguendo un sentiero segnato, ma non numerato, che si stacca, a poca distanza dalla chiesa del paese, dal sentiero 39 che da Equi Terme porta a Torano. La deviazione è ben segnalata da un cartello indicatore.

Oppure, sempre seguendo il 39, superato il Castellaccio[1], presso una maestà diruta (a circa 2,2 km da Àiola) si può prendere un’altra deviazione a sinistra che porta in alto a congiungersi con il sentiero precedente.

L’eremo fu costruito nel XVII secolo in un sito ricco del tipico calcare cavernoso delle Apuane dove già esisteva una antica cappella[2] con campanile dedicata allo stesso santo.la pianta dell’Eremo in una ricostruzione dell’Ingegner Carlo Tonelli del 1916 Esso fu fondato da Matteo Filippo Caldani, nobile veronese, che abbandonò le sue ricchezze per ritirarsi qua nel 1604 e dedicarsi ad una vita di contemplazione e rinunce. L’eremo crebbe con l’arrivo di altri eremiti i quali si unirono poi all’Ordine dei Servi di Maria di Monte Senario di Firenze.

La costruzione era una struttura poderosa a due piani con celle per i monaci, cisterne per l’acqua, cucine e refettorio, chiesa e cappella decorate da artisti locali. Intorno all’eremo c’erano terrazzamenti coltivati.

I frati rimasero qua fino al 1779 quando furono costretti a lasciare l’eremo a causa della soppressione degli ordini religiosi voluta dal Granduca di Toscana (vedi paragrafo finale).

ruderi tra la vegetazione nel 2006Oggi rimangono le rovine del primo piano dell’edificio che testimoniano il gran lavoro fatto dai costruttori per consolidare e rendere abitabili le creste scoscese del monte, rimangono anche i muri di contenimento dei terrazzamenti ed alcune lapidi marmoree che sono murate nella chiesa[3] di Àiola. Attualmente il luogo è invaso dalla vegetazione ed è meritevole di una qualche forma di recupero per quanto l’accesso ai fini turistici sia estremamente problematico. All’inizio del sito è oggi posto un cartello indicatore con una descrizione sommaria del sito.

ÀIOLA

Borgo situato a 336 metri alla sinistra del Lucido nel comune di Fivizzano tra Equi Terme e Vinca. Fu feudo dei Malaspina fino al secolo XV poi passò alla repubblica fiorentina come tutta la Lunigiana orientale ed i Medici cercarono di aprirvi, nel 1686, una miniera di rame. Il borgo è diviso in due parti, in quello più alto si trova la chiesa di San Maurizio. Molte case sono attualmente dirute ed alcune hanno bei portali in pietra, alcuni sormontati dallo stemma dei Medici. Il borgo è attraversato dal sentiero 39 da Equi Terme per Vinca e Torano e dal tracciato del Lunigiana Trekking (TL 11, undicesima tappa da Casola per Monzone).

LA LEGGENDA

Nel 1916 lo storico locale Alfredo Poggiolini nel Giornale storico della Lunigiana (vol 8) pubblicò un articolo dal titolo “Un eremita e un monastero delle Alpi Apuane” nel quale riportava la leggenda di Caldani sottolineandone la totale inconsistenza, ma non sapendo dare una spiegazione sulla nascita dell’eremo.

L’articolo è importante perchè è corredato da una carta dell’eremo fatta dall’ingegner Carlo Tonelli e da quattro fotografie in cui i ruderi sono liberi dalla folta vegetazione che adesso li nasconde alla vista.

La leggenda[4], a parte sfumature secondarie, è la seguente:

Matteo Filippo Caldani era un brigante al comando di una banda di malfattori che operava in Lunigiana. Lo stesso era di nobili origini ed era nativo di Verona. Il covo della banda era nella zona di Àiola da cui i briganti scendevano a rapinare ed uccidere. Un giorno reduci da una razzia a Pontevecchio presso Tenerano tornando verso Monzone si imbatterono in un gruppo di bambini e bambine che cantavano e pregavano davanti alla Maestà di San Giorgio a Vezzanello. A quella vista Caldani si turbò: il Signore si era manifestato a lui ed ebbe orrore della sua vita scellerata.

Salendo ad Àiola, sul Ponte di Santa Lucia, sul Lucido di Vinca, gettò nell’acqua una piccola chiave balbettando disperato: è più facile che io ritrovi questa chiavetta che mi salvi. Licenziati i compagni masnadieri iniziò una nuova vita di penitenza e di preghiera e il vecchio covo divenne l’Eremo di San Giorgio in ricordo della Maestà di Vezzanello.

Un giorno gli portarono una trota e qua si ebbe il miracolo: nel suo ventre c’era la chiavetta che Caldani aveva gettato nel fiume, in questo modo capì che Dio lo aveva perdonato.

LA REALTÀ

Ecco la breve sintesi della vera storia di Matteo Filippo Caldani[5].

Nacque a Verona nel 1573 da famiglia di buone condizioni, a due anni rimase orfano di padre. Studiò lettere a Padova e poi passò a Roma. Nel 1603, alla morte della madre, tornò a Verona e nel viaggio di ritorno per Roma passò da Genova dove si mise al servizio dell’arcivescovo Matteo Rivarolo alla morte del quale decise di tornare in patria per seguire la vita religiosa.

Passando dalla Lunigiana:

gli venne veduto sopra il monte di San Giorgio, verso Pizzo di Uccello, un oratorio, sopra il quale avanzava un poco di campanile[6]

a Monzone Caldani aveva un amico, il notaio Ascanio Prosperi, al quale chiese di intercedere presso il Vescovo di Luni per potersi ritirare come eremita a San Giorgio. Il vescovo diede il suo assenso e il 20 agosto 1604 Caldani salì al monte iniziando la sua vita monastica.

Il luogo era tanto mal condotto, anzi disfatto e rovinato quasi del tutto dall’antichità. Ma Caldani non si scoraggiò convinto che quel luogo gli fosse stato riservato dal Signore.

L’habitatione che vi trovò era un poco di chiesa con un poco di campanile sopra un masso il sito da fabbricare era angusto e l’allargarsi pareva difficilissimo per non dire impossibile

Caldani restaurò la chiesetta in modo da poter dir messa nonostante non fosse ancora sacerdote. Nel 1606 fu ordinato suddiacono a Sarzana diventando fra Giovanni Maria e, poco dopo, fu ordinato sacerdote a Firenze[7]. Molta gente del contado saliva al monte per la messa e per vedere l’eremita e nel 1609 papa Paolo V concesse indulgenze ai pellegrini che visitavano la chiesa di S.Giorgio. Per due anni Caldani visse da solo, ma poi cominciò ad avere dei confratelli ed insieme costruirono l’eremo.

In seguito decise di appoggiarsi a qualche ordine monastico, dopo un tentativo fallito con i Camaldolesi si accordò con i Servi di Maria di Monte Senario e nel 1627 si fece novizio di quel ordine insieme ai suoi confratelli. Dopo un anno divenne priore dell’eremo come servita ed insieme ai confratelli continuò i lavori all’eremo.

Il nostro chiuso è grande quasi come quello di Monte Senario, ma più ridotto e sassoso; ci è un poco di bosco di prato e molti pianelli..... de quali ne caviamo legumi di tutte le sorti abbondantemente per tutto l’anno, cavoli et herbaggi in quantità; ci sono delle vite, e l’uva matura.....La tornata all’eremo è faticosa, perchè dalla radice del monte insino all’eremo ci sono quasi due miglia di salita ripida e di cattiva strada.

Dopo lunga vita Caldani morì nel 1668.

Quindi da questo documento si evince che

  • prima del 1604 già esisteva una cappella dedicata a S.Giorgio con un campanile e che la stessa era ormai distrutta

  • Caldani non era un brigante, bensì uomo di buone origini che aveva avuto la sua crisi religiosa

LA FINE

L’eremo arrivò ad ospitare 14 eremiti nel 1716. Intanto nel mondo le cose stavano cambiando e con l’Illuminismo il problema dei monasteri passò dall’ambito ecclesiale a quello statale e quello che importava per i governanti era l’utilità sociale e la fedeltà degli Ordini religiosi allo Stato ed alle sue leggi. un arco che porta a strutture sotterraneeIn questo si distinsero l’imperatrice Maria Teresa d’Austria e suo figlio Giuseppe II che si consideravano difensori della chiesa cattolica, ma anche del bene e della felicità dei propri sudditi incarnando l’ideale dell’assolutismo illuminato.

La loro politica (giurisdizionalismo[8]) portò alla soppressione di diversi ordini monastici, le cui proprietà furono incamerate dallo stato, a volte adducendo come pretesto la vita oziosa e dissoluta dei frati.

Il granducato di Toscana rientrava nell’orbita austriaca essendo governato da Pietro Leopoldo[9], secondogenito dell’imperatrice e fratello di Giuseppe II e destinato a diventare imperatore col nome di Leopoldo II nel 1790. Quindi il granduca seguì la politica della madre e del fratello riducendo i privilegi della chiesa che era diventata uno stato dentro lo stato avviandosi ad una laicizzazione dello stato. Anch’egli provvide ad abolire molti conventi e molti ordini monastici in un processo che si svolse per gradi per mezzo di atti che riguardavano separatamente gli Ordini religiosi, i conventi maschili, quelli femminili, le compagnie religiose e le congregazioni laiche.

In questo quadro rientra anche la soppressione della Congregazione di Monte Senario voluta nel 1778 da Pio VI[10] su suggerimento del Priore generale dei Serviti che in qualche modo giocò d’anticipo sulle mosse del granduca, per cui, il 16 novembre 1779, i frati furono costretti a lasciare l’eremo di S. Giorgio e si ritirarono a Posara che è una località, sempre nel comune di Fivizzano, poco distante dal capoluogo. Qua essi si presero cura di quella parrocchia e tentarono anche di costruire un nuovo convento, ma i lavori furono sospesi nel 1784 e mai più ripresi. L’eremo di S.Giorgio, abbandonato al suo destino, col tempo decadde ed il luogo fu di nuovo conquistato dalla vegetazione.

ITINERARI RELATIVI ALL'EREMO DI SAN GIORGIO, PRESENTI SUL SITO:

AIOLA (320m)–EREMO DI SAN GIORGIO (891m)–CASTELLACCIO (528m)–AIOLA (320m) (Anello)

note

1 Localmente il Castellazo, si trova a quota 525 lungo il sentiero 39 circa 500 metri dopo il borgo di Àiola in direzione Vinca. È una torre di avvistamento medioevale situata su uno sperone che delimita la valle di Vinca. Oggi rimangono i ruderi della torre e delle mura di recinzione. La torre faceva parte del sistema di controllo dell’ingresso nella valle di Vinca.

2 Della cappella pre-esistente all’eremo non si conosce niente.

3 Una bella immagine di S.Giorgio che uccide il drago si trova sulla facciata della chiesa sopra il portone.

4 Una versione si trova, a pag 127-128, in Carlo CASELLI (Il Viandante), Lunigiana ignota, Tipografia Moderna, La Spezia, 1933. Ristampa anastatica a cura di: Arnaldo Forni Editore, Bologna, 1980.

5 Queste notizie sono tratte da un articolo di Monsignor Angelo RICCI, Un documento finora inedito del 1632 su l’eremo di San Giorgio in Lunigiana, Le Apuane, Anno IX, n° 18, Centro Culturale Apuano per la ricerca e lo studio del territorio circostante le Apuane e delle tradizioni popolari italiane, Massa, 1989.

6 Angelo RICCI, cit. In questo articolo Ricci riporta una lettera del 1632 tra due Servi di Maria: fra Benedetto Morelli fiorentino che visse a San Giorgio per un certo periodo e fra Vincenzo Maria Mellini anch’egli fiorentino, allora ad Innsbruck. Il secondo aveva chiesto al primo notizie sulla storia dell’Eremo. Le frasi in corsivo sono della lettera di Morelli.

7 Il 25 settembre 1606 il vescovo di Luni-Sarzana concede al Caldani ed ai suoi successori il luogo e la chiesa di S.Giorgio per vivervi e con il permesso di allargare l’eremo. Il 12 marzo dell’anno seguente è il Granduca di Toscana a concedere l’assenso civile al possesso dell’eremo stesso.

8 È la politica rivolta ad estendere la giurisdizione ed il controllo dello Stato sulla Chiesa che godeva di diritti e privilegi incompatibili con uno stato moderno.

9 Pietro Leopoldo fu un grande innovatore: a lui si deve l’abolizione della pena di morte e della tortura nel 1786. Inoltre soppresse il Tribunale dell’Inquisizione.

10 Con la Bolla “Assidua pastorali officii” su richiesta del Priore Generale dei Servi fra Sostegno Maria Fassini Pio VI il 3 settembre 1778 soppresse la Congregazione degli Eremiti di Monte Senario e la comunità tornò a vita conventuale.