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22 agosto 2011 (f.f.) nelle regioni apuane che più risentono del clima mediterraneo prospera questo cespuglio dalla bella e abbondante fioritura bianca che attira miriadi di insetti e profuma l’aria nelle ore più assolate. Graeci vicino vocabulo cisthon appellant fruticem maiorem thymo, foliis ocimi. Duo eius genera: flos masculo rosaceus, feminae albus[1]. IL GENERE CISTUS Famiglia Cistaceae Cistus L fu classificato da Linneo nel 1753. Il nome generico Cistus deriva dal greco κισθός che denominava la pianta, a sua volta derivato da κίστη (= cesta, cassa) in riferimento alla forma e alla consistenza del frutto. Il genere Cistus è formato da una ventina di specie distinte[2]. Essi sono arbusti perenni e sempreverdi che vivono su terreno secco o roccioso nella regione mediterranea, sono alti fino a 1,5 metri e sono più o meno odorosi. Hanno foglie opposte, semplici e, a volte, coperte di resine. I fiori hanno cinque petali dal bianco al rosa al porpora con numerosi stami. Il frutto è una capsula con numerosi semi. Molti cisti sono coltivati come piante da giardino per cui esistono anche diversi cultivar. La pianta è mellifera con produzione di poco miele, ma di ottima qualità. Sono piante termofile che amano luoghi aperti e assolati ai quali si sono perfettamente adattate. Queste piante sono tipiche della macchia mediterranea, dell’Oleo-ceratonion[3] e della gariga[4]. Quando i cisti predominano è segno della degradazione verso la gariga o la prateria. Infatti il cisto è pianta non amata dagli animali al pascolo a causa delle foglie troppo aromatiche e i suoi semi sono resistenti agli incendi per cui la pianta è in grado di colonizzare ambienti degradati dagli incendi, dal pascolo e dal disboscamento selvaggio. In Italia sono presenti otto specie tra cui ricordiamo: Cistus albidus (cisto bianco) con i fiori purpurei dall’aspetto spiegazzato e foglie sessili e trinervie. Cistus incanus conosciuto anche come Cistus creticus (cisto maschio o cisto rosso) dai fiori rosei o rosso-purpurei, gialli alla base. Cistus ladanifer dai fiori bianchi con macchia rossa. La sua resina (ladano) è usata in profumeria.. Cistus laurifolius (cisto maggiore) dai fiori bianchi e dalle foglie simili a quelle dell’alloro. È pianta a rischio di estinzione in Italia. Cistus monspeliensis (cisto marino) dai fiori bianchi e foglie lineari-lanceolate e molto aromatiche. Cistus salvifolius (cisto femmina) dai fiori bianchi e dalle foglie che somigliano a quelle della salvia. CISTUS SALVIFOLIUS Cistus salvifolius L. Classificata da Linneo nel 1753. Conosciuta anche come: Cistus salviifolius L. Conosciuta volgarmente come: cisto femmina, scornabecco[5]. Il nome specifico salvifolius deriva dalle parole latine sălvia, ae (= salvia) e fǒlǐa (= foglie, plurale del sostantivo neutro fǒlǐum, ǐi (= foglia). Infatti le sue foglie somigliano a quelle della salvia. Il Cistus salviifolius è pianta rustica, resiste alla siccità, è poco esigente riguardo all’acidità del terreno. Ama il terreno assolato, ma vive bene anche in mezz’ombra. È tipica della macchia mediterranea ed è ben resistente agli incendi. La pianta emana un caratteristico aroma resinoso, componente fondamentale del profumo della macchia. È la specie di Cistus maggiormente presente in Italia. È comune nelle zone costiere e più interne centro meridionali mentre al nord è sporadico e localizzato. Dal cisto si ricavano sostanze aromatiche usate in profumeria. Gli sono riconosciute proprietà medicamentose come antiinfiammatorio, antimicrobico e antiossidante e, in passato, era usato, nella medicina popolare, contro ulcere, diarrea e contro le infiammazioni in generale. Così riporta il botanico apuano Pietro Pellegrini[6]: 151. – Cistus salvifolius – L. (luoghi in cui è stata osservata:) A Massa nella valle del Frigido sopra il Forno (Sim.), nei boschi lungo la Marina al Cinquale, al Colletto, sopra la Rocca e ai Tecchioni, a S. Carlo di Pò, sopra Canevara al Poggio, nel M. Brugiana, a Montignoso, al Cerreto e al M. Fragolito. A Carrara nei boschi e vigne alla Foce, fra Gragnana e Castelpoiio, a Fossola e Moneta e al M. Castellaro. Comune altresì a Fosdinovo, nel territorio di Fivizzano, nei dintorni di Villafranca, nei luoghi di collina fra Pontremoli e Scorcetoli e fra Pontremoli e Montelungo. Fiorisce in maggio e giugno. Pianta legnosa. LA PIANTA Classificazione: Superdivisione: Spermatophyta; Divisione: Magnoliophyta (Angiospermae); Classe: Magnoliopsida; Sottoclasse: Dilleniidae; Ordine: Violales; Famiglia: Cistaceae; Genere: Cistus; Specie: Cistus salvifolius Forma biologica: Nano-fanerofita (simbolo: NP). Le fanerofite (simbolo P) sono piante perenni e legnose con gemme svernanti poste a un’altezza maggiore di 30 cm dal suolo. Le nano-fanerofite hanno le gemme poste tra 30 cm e 2 metri d’altezza. Descrizione: pianta arbustiva sempreverde, non molto alta, con fusti legnosi e ramificati che raggiunge 60 cm di altezza. Ha colore verde glauco per abbondanza di peli. Le foglie sono verde chiaro, brevemente picciolate, hanno forma ovale o ellittica e hanno aspetto rugoso. I fiori sono di solito solitari, di rado appaiati, hanno lunghi peduncoli, si trovano all’ascella delle foglie e sono penduli prima della fioritura. La corolla è formata da cinque petali bianchi, gialli alla base con numerosi stami gialli. Il frutto è una capsula contenenti molti piccoli semi, Antesi: aprile-maggio Tipo corologico: steno-mediterranea. È presente nelle coste del Mediterraneo (zona dell’olivo). In Italia è assente solo in Valle d’Aosta e Trentino. Habitat: macchia mediterranea, leccete, gariga (nel nord Italia è presente in luoghi riparati). Vegeta in posizione assolata, o in mezz’ombra, su substrato siliceo dal livello del mare fino a 1200 metri. Conservazione: la specie non è compresa nella LRT (Lista Rossa Toscana) delle specie vegetali protette dove sono presenti le congeneri Cistus albidus e Cistus laurifolius. Altre foto possono essere consultate qui
note 1 Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXIV, 48. 2 In inglese sono chiamati rockrose (rosa delle rocce). 3 Si definisce oleo-ceratonion (oleastro-carrubo) un ecosistema mediterraneo simile alla macchia, essa prende nome dall’olivo selvatico (Olea europea var sylvestris) e dal carrubo (Ceratonia siliqua) ed è tipica di costoni rocciosi soleggiati e ripidi con bassa piovosità annua. 4 La gariga (dal provenzale terra incolta) è considerata una degradazione della macchia a causa di incendi, erosioni, pascolo eccessivo. Essa è caratterizzata da bassi arbusti che vivono su terreno roccioso o sabbioso, arido e assolato. 5 Questo nome deriva dal fatto che la foglia non è amata dagli animali per la sua aromaticità. 6 Pietro Pellegrini “Flora della Provincia di Apuania ossia Rassegna delle piante fanerogame indigene, inselvatichite, avventizie esotiche e di quelle largamente coltivate nel territorio di Apuania e delle crittogame vascolari e cellulari, con la indicazione dei luoghi di raccolta”, Stab. Tip. Ditta E. Medici, Massa, 1942. Il testo è stato ristampato in copia anastatica nel maggio 2009 dalla Società Editrice Apuana di Carrara per conto della Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara. Pag. 43.
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