PICCO DI FALCOVAIA
LO SPAZIO DI FABIO - rubrica curata da Fabio Frigeri

23 dicembre 2009

(f.f.) come all’inizio delle fiabe si dice ”c’era una volta” così potrebbe iniziare questo articolo. C’era una volta il Picco di Falcovaia. Oggi rimane solo qualche spuntone di roccia, ma solo per poco tempo ancora. Forse non era una grande montagna, ma oggi semplicemente non è più niente, solo il ricordo di un’antica e incontaminata bellezza. Sicuramente una bellezza modesta, ma dignitosa, dove i pastori portavano le loro pecore e dove la popolazione raccoglieva liberamente legna e pietre. Il destino del Picco di Falcovaia non può lasciarci indifferenti: di situazioni simili sulle Apuane ce ne sono, purtroppo, diverse altre.

PREMESSA

Inizio citando uno scritto inedito di Pietro Ichino[1]:il Picco e le cave viste dal sentiero 143 poco prima del passo del Vaso Tondo. Il dentino scuro più basso a destra si trova nella parte vecchia della cava

Da secoli, ormai, le cave marmifere sono parte dell’immagine delle Alpi Apuane: vagheggiare un Monte Corchia senza il fazzolettone candido della cava proprio sotto la vetta, o un Altissimo senza la Tacca Bianca, o pendici verdi al posto dei ravaneti che sembrano nevai nel grande anfiteatro con cui il Sagro abbraccia Carrara, sarebbe fare del cattivo ambientalismo. Ma l’industria del marmo ha degli obblighi da rispettare; così come ne hanno le autorità preposte al controllo della sua attività. E sul versante nord dell’Altissimo questi obblighi sono stati gravemente violati, con conseguenze che sono anche pericolose per gli escursionisti.....

poi continua descrivendo un’escursione alla cava del Fondone ed arrivato al bivio del Vaso Tondo:

ma entrambi i rami del sentiero finiscono ben presto nello sconquasso incredibile provocato negli ultimi anni dall’espansione della Cava del Fondone, che si è mangiata quasi l’intera parete. Anche chi tenta sulla destra la via delle Cervaiole si trova presto a mal partito: il sentiero è interrotto da una colata di detriti di marmo; traversata la quale si trova soltanto una ripidissima via di lizza che scende sul confine destro della Cava, interrotta da un piccolo strapiombo, frutto del progredire degli scavi. Raggiungere il piazzale inferiore della Cava è un’impresa non alla portata di chiunque. Che le autorità competenti consentano all’industria marmifera di sconvolgere le pareti delle Apuane, entro certi limiti si può capire. Quello che non è accettabile è che le autorità stesse non facciano carico all’industria marmifera quanto meno di rintracciare i sentieri distrutti dalle sue cave e segnalarli adeguatamente, in modo che chi li percorre non rischi l’osso del collo.

Naturalmente noi concordiamo: l’attività estrattiva è importante per il nostro comprensorio, ma non può sconvolgere il territorio senza rispetto alcuno per lo stesso e per chi lo utilizza in modo diverso come i pastori e gli escursionisti. Inoltre gli industriali, che ricavano grandi ricchezze dal marmo, dovrebbero avere l’obbligo almeno morale di devolvere parte degli introiti a recuperare antichi sentieri, a metterli in sicurezza e, in ogni modo, dovrebbero limitare al massimo l’impatto ambientale della loro attività.

Qualche anno fa mi capitò di incontrare lungo il sentiero 37 da Forno per il Canal Regolo (o meglio canal Rególlo) il pastore Evaristo[2], biblica figura che imperversa sulle Apuane. Mi parlò, tra le altre cose, nel suo ruvido dialetto fornese, dei lavori che stavano facendo alle cave dei Vallini alle pendici meridionali del monte Spallone che avevano distrutto un tratto del sentiero 172 da Foce Luccica per Foce della Faggiola. Questo rendeva difficoltoso il transito delle sue pecore verso i pascoli del monte Sagro.

CAVE delle CERVAIOLE

La nostra cava delle Cervaiole, situata sulle propaggini meridionali del monte Altissimo, si impone allo spettatore per la spettacolarità del paesaggio, che spazia sugli scenari grandiosi delle Alpi Apuane e abbraccia il vasto orizzonte marino, dal golfo di La Spezia fino a Livorno, e stupisce per l’ambiente surreale costituito dalla geometria di paini verticali e orizzontali determinati dal taglio delle bancate di marmo[3].....

Le grandi cave delle Cervaiole, del gruppo Henraux Spa, si trovano a circa 1200 metri di quota ed hanno devastato irrimediabilmente il Picco di Falcovaia di cui hanno tagliato a fette la cima, lasciandone solo un dentino. Hanno numero catastale 372 e si trovano nel comune di Seravezza. La prima cava, in zona, fu aperta nel 1830 ed il marmo scavato è stato esportato in tutto il mondo. Si tratta di un marmo bianco di ottima qualità detto bianco arabescato[4].

Questo marmo è stato usato, tra l’altro, per le decorazioni ed i rivestimenti interni della cattedrale di Sant’Isacco a San Pietroburgo (1845), nella ricostruzione dell’Abbazia di Montecassino (1957-1962), per la Moschea di Medina (1993) e per la nuova facciata del duomo di Firenze.

La cava ha interrotto il sentiero 31. La parte del sentiero che viene da Azzano termina in una zona non più coltivata con numerose testimonianze di archeologia industriale come interessanti piri in marmo. Invece la parte di sentiero che proviene da Arni arriva alla parte attiva della cava che è veramente impressionante per le dimensioni e per la devastazione del paesaggio operata. La cava è molto panoramica sia sul monte Altissimo che sul Corchia e Freddone e da qua parte il sentiero 142. Il ravaneto è ben visibile da tutta la costa della Versilia.

Le Cervaiole: la montagna che vive

Da agosto a settembre 2008, presso le ex Scuderie granducali di Seravezza, si tenne una mostra di fotografie promossa dalla società Henraux Spa di Querceta con il patrocinio e la collaborazione del comune di Seravezza. Erano 80 foto in bianco e nero, del fotografo toscano, ma padovano di adozione, Giovanni Umicini (Firenze 1931), dedicate alle cave delle Cervaiole ed ai suoi cavatori frutto di un lavoro iniziato nel 2003. La mostra era inserita nel quadro dell’attività di promozione e valorizzazione delle attività estrattive della cava nell’intento di avvicinare il grande pubblico al lavoro in cava. Per il comune rientrava nel quadro di una serie di eventi legati al progetto La via dei marmi di Michelangelo con l’intento di promuovere un percorso di archeologia industriale ai fini turistici il quale, comunque, è ancora in alto mare.

PICCO DI FALCOVAIA

quello che resta del Picco di Falcovaia vista dal Passo di Croce, sulla sinistra la parte vecchia della cava a cui si accede da Azzano.È il protagonista di questa storia (senza lieto fine): alto 1283 metri è (o meglio era) una mole rocciosa a meridione del monte Altissimo ed è ormai completamente devastato dall’attività estrattiva delle cave Cervaiole. Vi si perviene col sentiero 31 da Azzano oppure dalle Cave del Fondone. Il sentiero si interrompe presso le cave proprio a causa dell’attività estrattiva. Quello che è rimasto dello zucchetto terminale del monte, alto circa cinquanta metri, dovrebbe essere sbancato per continuare l’attività estrattiva in condizioni di sicurezza come stabilito dall’accordo del 2006 tra la società Henraux, i comuni di Seravezza e di Stazzema e le parti sociali.

La Foce di Falcovaia si trova a 1194 metri alla fine della cresta sud-est del monte Altissimo e la divide dal Picco di Falcovaia, essa è attraversata dal sentiero 142.

HENRAUX

Jean Baptiste Alexandre Henraux (Sedan 1775, Seravezza 1843) era ufficiale di cavalleria giunto in Italia al seguito di Napoleone. Divenne poi agente generale del Ministero degli Interni francese per l’importazione dei marmi con sede a Carrara. Rimase in carica anche dopo la Restaurazione e, nel 1821, costituì la società Borrini-Henraux per lo sfruttamento delle cave dell’Altissimo, ma fu attivo anche a Carrara. Il socio, cavalier Marco Borrini, era nativo di Seravezza ed era già attivo nel settore. La società arrivò in poco tempo ad impiegare 1600 lavoratori aprendo oltre un centinaio di cave e portò lo sviluppo urbanistico ed economico di Seravezza e di Forte dei Marmi.

Henraux fu uno dei grandi innovatori nell’escavazione e nella lavorazione dei marmi, nel 1841, valendosi dell’opera dell’ingegnere Nérier, costruì una grande segheria a Seravezza. Alla morte gli successe il nipote Bernard Saucholle Henraux. La ditta Henraux ebbe poi varie vicissitudini e fu rilevata da diverse proprietà nel corso degli anni.

Il nome Henraux è legato a cave e a molti edifici disseminati sui sentieri apuani.

ACCORDO del 2006

Nel maggio 2006 fu firmato a Seravezza un protocollo di intesa tra la ditta Henraux, il Parco delle Apuane, i sindacati ed i comuni di Seravezza e di Stazzema dopo una lunga vertenza relativa alla prosecuzione dell’attività estrattiva alle cave delle Cervaiole. Alla base dell’accordo c’è l’idea della possibile convivenza tra l’estrazione del marmo e la tutela dell’ambiente. La ditta Henraux è stata autorizzata a proseguire l’attività estrattiva per dodici anni ed in cambio si è impegnata a compensazioni ambientali e di altra natura nei confronti dei comuni e del Parco. Passati i dodici anni il lavoro dovrebbe proseguire in galleria.

Invece nei confronti dei lavoratori si è impegnata a mantenere i livelli occupazionali senza delocalizzare attività successive a quella estrattiva.

Il proseguimento dei lavori comporterà lo sbassamento di una cinquantina di metri del Picco di Falcovaia che manterrà una forma a montagna e non a gradini come altre montagne soggette ad escavazione della zona.

Le compensazioni prevedono la cessione di edifici da parte della Henraux ai due comuni per fini sociali e la sistemazione della zona di Tre Fiumi[5].

Inoltre è previsto il recupero della sentieristica locale. Il sentiero 31 non dovrebbe più interrompersi alle cave, dovrebbe essere sistemato il sentiero dei Tavoloni[6] ed il tratto su cengia dalla Tacca Bianca al Vaso Tondo dovrebbe essere messo in sicurezza.

Esiste poi il progetto di un museo all’aperto di archeologia industriale e di un Parco archeologico con il recupero di antiche cave ormai abbandonate del monte Altissimo che costituirebbe notevole richiamo culturale e turistico.

C’è poi da aggiungere che il comune di Seravezza ha in corso una causa davanti al giudice speciale degli Usi Civici di Roma che riguarda la proprietà delle cave stesse. Secondo il comune, infatti, la vetta del Picco di Falcovaia sarebbe proprietà della comunità di Azzano e della Cappella (frazioni del comune) che per secoli l’ha utilizzata con diritti collettivi di pascolo, legnatico ed anche di cavar pietre.

COME SI ARRIVA

Sentiero 31

Azzano (452m) - Foce del Giardino (1022m) – Cervaiole - Strada marmifera per le cave del Fondone - Arni (916m) innesto 144 - Strada Marmifera per il Passo Sella - Passo di Sella (1500m) – Arnétola (ca 900m).

Tratto da Azzano[7]

Da Azzano, dopo una ripida scalinata, ci immettiamo in una mulattiera che costituisce il sentiero, superiamo alcuni ruscelli fino ad arrivare, a circa 750 metri, presso ad alcuni ruderi tra cui una pregevole fornace a pianta circolare presumibilmente adibita alla produzione di calce. Seguiamo il bosco fino alla Foce del Giardino da cui iniziamo a vedere l’Altissimo con le sue impressionanti cave abbandonate: in particolare la Tacca Bianca e quella dei Colonnoni, mentre più in basso c’è la Cava Massa ancora in funzione. Poi iniziamo a salire il pendio roccioso del Picco di Falcovaia in parte per gradini e poi per una bella via di lizza impreziosita da rari piri marmorei fino al piazzale di cava dove il sentiero è interrotto dai lavori della cava delle Cervaiole.

Fino a qualche tempo fa era possibile attraversare le cave utilizzando una passerella aerea fissata alle pareti della cava stessa, ma oggi questo non è più possibile.

Tratto da Arni

Iniziamo dalla curva prima della galleria del Castellaccio che porta ad Arni, nei pressi del ristorante Il Castellaccio con indicazioni di sentiero ben evidenti. Scendiamo per una zona di cave abbandonate per salire poi subito nel bosco che ci porta alla marmifera delle cave del Fondone (a cui si perviene anche partendo dal Piazzale delle Gobbie con il sentiero 33 e deviando a sinistra). Arriviamo al bivio per il Fondone[8] e seguiamo il 31 a sinistra. Il sentiero è un’ampia marmifera in discesa costeggiata, sulla destra, da una conduttura dell’acqua, a sinistra vediamo il vicino Monte dei Ronchi. Passiamo per una galleria e continuiamo fino ad immetterci nella strada asfaltata che dal Cipollaio porta alla cava delle Cervaiole. Saliamo verso destra, il panorama si apre sul Freddone ed il Corchia con dietro le Panie ed in pochi minuti siamo all’ingresso della cava delle Cervaiole.

Sentiero 142

Cave Cervaiole (ca 1200m) – Foce di Falcovaia (1194) – Passo del Vaso Tondo (1380m) – Cave del Fondone (ca 1200m).

Il sentiero segue l’estrema cresta sudest del monte Altissimo anche su roccette esposte e poi arriva al passo del Vaso Tondo da cui scende per agevoli rocce con un tratto scalinato fino alla cava del Fondone. Da percorrere solo in giornate senza neve e ghiaccio.

Il sentiero 31 ed il 142 possono essere abbinati per fare un interessante percorso ad anello partendo da Arni.

CONCLUSIONIdal Passo di Croce: a sinistra quello che resta del Picco di Falcovaia ed a destra il monte Altissimo.

Abbiamo descritto quello che è successo al Picco di Falcovaia, ma situazioni analoghe sono presenti in tutte le Apuane: monte Sagro, monte Altissimo, Corchia, Orto di Donna, passo della Focolaccia solo per citarne alcune.

Esiste un passato che descriviamo ed esiste un futuro che vorremmo migliore del passato. È importante difendere il lavoro, ma è un dato di fatto che la ricchezza delle nostre montagne sta fuggendo dal nostro territorio e quasi niente rimane da noi.

Troppo spesso la montagna è aggredita per produrre carbonato di calcio, la tecnologia viene esportata e con essa i tecnici, la filiera del marmo si interrompe alla sola estrazione e poi il prodotto viene trasportato altrove per essere lavorato.

Qualcosa non funziona, è fin troppo evidente: servono interventi delle autorità competenti se non altro per impedire che al danno ambientale si aggiunga la beffa della disoccupazione.

 

note

1 Pietro Ichino (Milano 1949) giuslavorista ed uomo politico è grande amante delle Alpi Apuane. Dal 2002 al 2007 ha tenuto uno rubrica di mountain bike e trekking sul mensile Versilia oggi. I suoi articoli sono tutti liberamente disponibili sul suo sito alla voce: Archivio dei miei scritti (alla voce: Versilia oggi). L’articolo da cui ho ricavato la citazione è un inedito (sempre disponibile nell’archivio alla voce: inediti) del 6 settembre 2009 dal titolo “Scempio sull’Altissimo”.

2 Il pastore Evaristo, simbolo di un mondo che scompare, è citato a pag. 76 e a pag. 81 del bellissimo numero monografico dedicato alle Alpi Apuane: Meridiani Montagne, marzo 2008, anno VII, n. 31, Editoriale DOMUS.

3 Così viene descritta la cava nel sito ufficiale della Henraux Spa.

4 Il bianco arabescato è un marmo bianco caratterizzato da venature grigio scure chiamate arabeschi.

5 Vedi relativo articolo su questa rubrica.

6 Dalle cave dei Colonnoni del monte Altissimo iniziava una impressionante passerella aerea per la cava della Tacca Bianca (1180m) percorsa dai cavatori. I tavoloni di legno erano poggiati su supporti metallici infissi nella roccia. Ormai il sentiero non è più percorribile per il degrado sia delle tavole che dei supporti metallici.

7 È un piccolo borgo del comune di Seravezza a 452 metri di quota. È posto in posizione panoramica sul monte Altissimo alle pendici del monte Cavallo (di Azzano). Esso nel passato forniva carbone e legna al capoluogo poi, con l’apertura delle cave del monte Altissimo, molti abitanti sono diventati cavatori. Vi si arriva facilmente da Seravezza per strada asfaltata che poi torna indietro verso Riomagno e Seravezza costeggiango il torrente Serra. Una marmifera per le cave si stacca verso destra prima che la strada torni indietro. Nel borgo si trova la chiesa di S. Martino e a circa un chilometro la notevole Pieve della Cappella (vedi). Di un certo rilievo al focaccia salata di Azzano (pane di Azzano).

8 La cava del Fondone è situata nel versante orientale del monte Altissimo a nord della quota 1471 e del Passo del Vaso Tondo. Si arriva facilmente alla cava con il sentiero 31 che inizia prima dell’ingresso della galleria per Arni o con una marmifera che si stacca dal sentiero 33. La quota è circa 1200 metri, la zona è ricca di edifici e reperti dell’antica attività estrattiva tra cui un’ardita via di lizza. Sono poi presenti alcuni vasconi per la raccolta delle acque.

 

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