DATA ESCURSIONE: 06/11/2022
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un approfondimento sul Pizzo d’Uccello.
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un approfondimento sulla Val Serenaia.
Relazione a cura di Francesco Salvatori
Presso il rifugio Donegani ignoriamo i segnavia n.137⇧ di fronte al rifugio stesso e proseguiamo piuttosto lungo la strada. Superata la sbarra (comodo passaggio pedonale con tornello a destra) e percorso un tornante, imbocchiamo sulla destra il sentiero 187 che si addentra nella faggeta, subito ripido. La bella faggeta ci accompagna a lungo, tra tratti a mezzacosta in falsopiano e altri più ripidi ma sempre gradevoli; in questa stagione occorre far attenzione all’abbondante manto di foglie secche che ricopre il sentiero, rendendolo talora scivoloso soprattutto se al di sotto si nasconde una roccia. Dopo 35’ di cammino usciamo in ambiente aperto, tra paleo, roccette e qualche arbusto, già nelle vicinanze di Foce Siggioli. Il panorama è dominato dalla mole del Pisanino, mentre in lontananza possiamo osservare l’Appennino.
A 55’ raggiungiamo il sovrastante crinale, ove una palina riporta la dicitura “Siggioli” (vedi sez. “Note”) nonché le indicazioni per i vari sentieri e per la vicinissima ferrata Tordini-Galligani (192A). Lo sguardo viene immediatamente attratto dalla vicina e maestosa parete nord del Pizzo d’Uccello, con i suoi 700 metri di sviluppo verticale che valgono al monte in questione il soprannome di “Cervino delle Apuane”. Qui sostiamo 15’ approfittandone anche per raggiungere con una breve deviazione l’uscita della ferrata, della quale possiamo ammirare lo sviluppo.
Imbocchiamo dunque il sentiero 181 in direzione Giovetto/Giovo. Lo percorriamo per 5’, sempre in prossimità del crinale, dopodiché, quando in corrispondenza di un intaglio panoramico i segnavia porterebbero a scendere sulla sinistra, noi proseguiamo dritti, cercando di individuare i primi bolli rossi che marcano l’inizio di una traccia che va a percorrere la cresta di Capradossa. Procediamo ora seguendo i suddetti bolli: la cresta diventa più definita, l’esposizione inizia a farsi sentire; si alternano tratti sul filo (o all’immediata sinistra di esso, per attutire il senso di vuoto) a stretti traversi a mezzacosta. A 1h35’ siamo al tratto chiave: con un lungo ed esposto traverso (da percorrere talora un piede davanti all’altro) aggiriamo un tratto in cui la cresta si impenna ardita, dunque inizia una ripida e delicata risalita di un vago invaso, da affrontare con attenzione in quanto si articola principalmente su sfasciumi, ciuffi di paleo e rocce malferme. La risalita termina in cresta ormai già sul Picco di Capradossa (1h50’ totali).
Sostiamo qui 15’ a rifocillarci, ammirando da vicino l’imponenza del Pizzo d’Uccello con la sua parete nord e il profondo e repulsivo canale dei Genovesi, dritto di fronte a noi. Notiamo anche, sulla prosecuzione della cresta, un bel pulpito panoramico affacciato nel vuoto: è il Torrione di Capradossa, che raggiungeremo tra poco. Alla nostra sinistra, più in basso, possiamo invece osservare la Torre del Diavolo.
Ripartiamo, affrontando ora il cosiddetto “spiaggione”: se a destra del filo la roccia precipita verticalmente, a sinistra il pendio degrada ora molto dolcemente, regalandoci una piacevole camminata. La mole del Pizzo d’Uccello incombe su di noi quasi opprimente, rendendo questo tratto estremamente suggestivo. In breve la traccia accenna a entrare tra gli alberi, noi la abbandoniamo temporaneamente per una breve digressione: prendiamo a destra in salita per raggiungere a vista, con attenzione ma senza difficoltà, l’ormai vicino Torrione di Capradossa (1600m), la cui sommità si presenta sospesa nel vuoto (2h15’). Il panorama è ancora una volta bellissimo sul Pizzo d’Uccello, da qui ancora più vicino, ma soprattutto sulla cresta di Capradossa appena percorsa, clamorosa nella verticalità del suo versante occidentale, e sulla più lontana e parzialmente meno aspra costiera di Capradossa (il tratto a nord di foce Siggioli).
Torniamo sui nostri passi e affrontiamo un lungo tratto a mezzacosta ai piedi del versante est del Pizzo d’Uccello, dapprima tra gli alberi e dunque su notevole colata detritica, con vista sull’intera vallata di Orto di Donna e le sue vette: Pisanino, Cavallo, Contrario, Grondilice. Un ultimo strappo in salita tra rocce e sfasciumi e a 2h30’ intercettiamo la via normale al Pizzo d’Uccello, anch’essa marcata con vecchi segni rossi: da qui in poi non mancheranno tratti di arrampicata, per quanto semplice (il percorso in questione è classificato I grado, ossia: le mani sfruttano gli appigli principalmente per l’equilibrio). Subito ci aspetta uno dei passaggi più caratteristici, un camino piuttosto stretto, bissato pochi minuti dopo da un intaglio altrettanto stretto. La salita si articola a volte su roccia per lo più solida, a volte su sfasciumi; il percorso è abbastanza vario, talora faticoso ma sempre divertente, a patto di non temere l’esposizione. A testimonianza di quanto questa vetta sia frequentata, molte rocce appaiono levigate dall’usura. A 3h siamo sull’antecima, ove occorre superare un’ultima difficoltà: dobbiamo infatti scendere qualche metro fino a un intaglio. Lo si può affrontare direttamente, disarrampicando in esposizione, oppure sul lato sinistro, sempre in esposizione ma più comodamente.
A 3h05’ siamo finalmente in vetta. La visibilità oggi è perfetta: se Gorgona e Capraia sono una costante, stupisce quanto vicina appaia l’Elba; spostando un po’ lo sguardo, ben dietro il Golfo della Spezia arriviamo persino a scorgere le vette innevate delle Alpi Liguri e Marittime, nonché l’inconfondibile sagoma triangolare del Monviso. Un’occhiata alla Garfagnana ci mostra invece quanto sia in sofferenza il lago di Gramolazzo, duramente colpito dalla siccità.
30’ di sosta e ripartiamo, ripercorrendo in discesa il tratto precedentemente affrontato: la necessaria attenzione ci fa procedere più lentamente che in salita. A 4h12’ siamo all’ultimo stretto intaglio, il primo che abbiamo affrontato all’andata: le difficoltà per lo più terminano qua. La traccia si mantiene ancora per un po’ sul crinale, ora ben largo, aggirandolo infine alla sua sinistra tra gli alberi (4h30’) e portandoci direttamente a Foce del Giovetto. Qui imbocchiamo a sinistra (lato Val Serenaia dunque) il sentiero 191 “Mario Piotti”, la cui prosecuzione sul versante di Vinca costituisce invece sentiero attrezzato. Scendiamo con pendenze sostenute in una bella faggeta e in 15’ intercettiamo il sentiero 137⇧ che seguiamo verso sinistra.
In breve siamo fuori dal bosco. Proseguiamo su tratto aperto, dominato dall’arcigna Torre del Diavolo, dopodiché scendiamo verso un’antica area di cava. Alcuni tondini di ferro aiutano a mantenere l’equilibrio in un ripido tratto scalinato ma risultano al contempo un po’ pericolosi se non si presta la dovuta attenzione. A 5h10’ entriamo in una seconda area di cava, anch’essa abbandonata ma ben meno datata della precedente; in breve siamo sulla marmifera, che seguiamo verso sinistra. La percorriamo per 200m scarsi, abbandonandola poi a destra per seguire nuovamente tra gli alberi l’ultima parte del sentiero 137⇧,concludendo così il nostro itinerario a 5h30’ direttamente di fronte al rifugio Donegani. Naturalmente, se si preferisce, è possibile proseguire sulla marmifera evitando così quest’ultimo tratto di sentiero.