(MS-Massa) FORNO loc. MOZZICONI - “GENGIVA” DEL PICCO DI NAVOLA - PICCO DI NAVOLA (1272 m) - CASE RAPALLI (1120 m) - SELLA DEI FOCARELLI (958 m) - FORNO loc. MOZZICONI (ANELLO)
ATTENZIONE!!!
Si raccomanda di consultare sempre lo stato dei sentieri poco prima di intraprendere l'escursione (Voce Menù "Sentieristica") oppure, ancor meglio, di informarsi contattando le Sezioni CAI cui spetta la manutenzione dei singoli sentieri.

Località di partenza:

Forno loc. Mozziconi (440 m)

Località di arrivo:

Forno loc. Mozziconi (440 m)

Dislivello mt.:

830

Tempo totale:

5h40'

Difficoltà

EE

Punti di appoggio:

Forno (con deviazione) alla partenza o all'arrivo; lungo il percorso nessuno

Rifornimento acqua:

Nessuno

Tratti ferrata:

No

Sequenza sentieri:

137⇧(ex 37)◆tracce NN◆137⇧(ex 37)

Tipologia percorso:

Interamente su tracce deboli e in alcuni tratti inesistenti, con indicazioni sporadiche o del tutto assenti. Da percorrere preferibilmente con qualcuno che abbia già conoscenza diretta dell'itinerario

Immagini del percorso (48)
Disclaimer
Descrizione itinerario
DATA ESCURSIONE: 28/06/2020




L’ITINERARIO SI ARTICOLA PER LO PIU’ SU TRACCE DEBOLI O INESISTENTI: INVITAMO DI CONSEGUENZA A LEGGERE CON ATTENZIONE LE NOTE A QUESTA ESCURSIONE.

L’itinerario qui proposto è interamente tratto da “APUANE. 80 itinerari classici e di avventura” di Claudio Bocchi, Enzo Maestripieri; Società Editrice Apuana, 2014; pp. 98-101.

Il tratto da noi percorso in discesa è descritto, percorso in senso inverso, in quest’altro itinerario, così come la discesa tramite la via normale: FORNO loc. MOZZICONI - SELLA DEI FOCARELLI (958 m) - CASE RAPALLI (1120 m) - PICCO DI NAVOLA (1272 m) - INNESTO SENT. 137⇧ (1148 m) - RIFUGIO PISANO (936 m) - FORNO loc. MOZZICONI (ANELLO)


Relazione a cura di Francesco Salvatori


Imbocchiamo il sentiero 137⇧,che nel primo tratto si mantiene sulla sinistra del canal Regollo (destra orografica) sul tracciato di una vecchia lizza. In poco più di 5’ giungiamo a un tratto, attrezzato con corde, in cui occorre chinarsi (il cosiddetto “passo del gatto”) per aggirare un grosso macigno. Subito dopo possiamo notare come, dirigendoci a destra in discesa, sia immediato raggiungere il fondo del canale. Scegliamo il passaggio migliore per guadare e ne approfittiamo per dare un’occhiata, dritto davanti a noi, a una grande colata detritica naturale: si tratta dei Serroni, che costeggeremo al ritorno. Giunti sull’altra sponda troviamo dei segni rossi che ci consentono di proseguire sostanzialmente paralleli al canale ma guadagnando immediatamente quota. In breve raggiungiamo un rudere (un tempo edificio di servizio per le cave) con macchinari in ferro; poco dopo (16’ da inizio escursione) i segni rossi indicano un’evidente svolta a destra, che conduce appunto verso i Serroni. Noi proseguiamo dritti lungo una traccia non segnata ma, per quanto seminascosta tra la vegetazione, piuttosto nitida. Di fronte a noi, più in alto, notiamo un’ampia spalla erbosa verso cui ci dirigiamo. Superiamo un poteaux per filo elicoidale in posizione panoramica e raggiungiamo la spalla in questione. Adesso la traccia si fa un po’ infrascata e si mantiene sostanzialmente sul lato sinistro, leggermente esposta; poco lontano possiamo notare un invaso caratterizzato da placche rocciose, al di sopra delle quali ritroviamo un’ampia rampa erbosa. Lo raggiungiamo a 24’ e lo attraversiamo in orizzontale facendo molta attenzione, soprattutto in caso di roccia umida o bagnata; non appena superatolo evitiamo di addentrarci tra gli alberi, iniziamo piuttosto a salire molto ripidamente costeggiandone il fondo e in breve ritroviamo una buona traccia che, mantenendosi sempre in prossimità del boschetto senza mai entrarvi, ci conduce a un’altra spalla erbosa (33’). Per un po’ proseguiamo alternando tratti a mezzacosta, rampe erbose e, saltuariamente, brevi canalini anche un po’ infrascati. Spesso la traccia è seminascosta e si fa fatica a trovarla, ma nel complesso è sufficiente seguire la linea più logica. Il panorama è molto bello su Spallone, Sagro e Borre del Sagro, oltre che su Foce di Vinca.
A 1h05’ la traccia giunge a un secondo tratto su roccia, spesso bagnata e di conseguenza insidiosa: la attraversiamo con attenzione e pieghiamo bruscamente a destra, risalendo il canalino. In alto, in lontananza, possiamo notare un grosso masso affiorante tra la vegetazione con un evidente ometto sopra di esso. Risaliamo l’invaso, ripido ma facile, fino a ritrovare delle tracce che, addentrandosi in una macchia mediterranea estremamente coriacea e invasiva, ci portano a transitare a lato del masso succitato (1h16’). Altri 2’ e giungiamo a uno slargo molto panoramico con ruderi un tempo usati dai pastori.

Superati i ruderi, cerchiamo di individuare tra la vegetazione dei resti di massicciata che ci portano a salire con una serie di comodi tornantini per poi tornare, una volta guadagnata quota, verso l’invaso incontrato in precedenza; qualora le felci risultassero troppo invasive per recuperare la traccia è sufficiente tornare verso il canale e risalirlo direttamente nel fondo o a lato, cercando il passaggio migliore. Più in alto il percorso diventa ben nitido: la traccia attraversa il fondo dell’invaso (10’ dai ruderi), portandosi in sinistra orografica (ossia la nostra destra), compie un ampio tornante, guadagna un po’ di quota e attraversa nuovamente il canale, dirigendosi verso un costone roccioso che scavalchiamo senza difficoltà alcuna (1h36’).

Al di là del costone siamo all’inizio dell’ampia cengia erbosa nota come la “gengiva” del Picco di Navola, qui dominata da un bel pilastro roccioso. Seguiamo fedelmente la traccia, sempre nitida, alternando tratti in salita ad altri in discesa. Arriviamo quindi a un tratto di discesa, caratterizzato da un ometto al suo inizio, che da erboso diventa in breve roccioso e ci porta a guadagnare il fondo di un evidente canale (1h53’): da qui evitiamo di cercare tracce a mezzacosta, dobbiamo piuttosto risalire la massima pendenza alla meno peggio mantenendoci nel fondo dell’invaso o immediatamente alla sua sinistra, aiutandoci anche con appigli improvvisati. Un primo ometto conferma la giusta direzione, poi più in alto la traccia torna buona (2h03’). Percorriamo un ultimo breve tratto, in cui la vegetazione è più invasiva ma la direzione da seguire è chiara, e in 12’ (2h15’) giungiamo finalmente a un ultimo ometto presso il quale la cengia termina, innestandosi in un ampio pendio erboso.

Risaliamo quest’ultimo a vista fino a raggiungere in 10’ la dorsale dritta davanti a noi, cercando dove possibile delle tracce tra la vegetazione tipica mediterranea qui veramente invasiva.
Sulla dorsale il percorso torna comodo e la traccia, per quanto superflua, abbastanza evidente. Dal lato opposto possiamo osservare, piuttosto vicine, le Capanne di Navola; se la visibilità è buona riusciamo a notare anche un paio di segni biancorossi del sentiero 137⇧ che in caso di necessità possiamo raggiungere facilmente orientandoci a vista.
Tralasciamo questa possibile via di fuga e procediamo adesso in salita lungo la massima pendenza senza mai abbandonare la dorsale: possiamo osservare più in alto una grossa roccia, biancastra nella sua parte inferiore, che si staglia precisa nella direzione del nostro cammino. Raggiuntane la base in 10’, la aggiriamo sulla destra (tracce o a caso nel paleo) fino a portarci in un invaso erboso. Alla nostra destra possiamo osservare in tutta la sua asprezza la parete del Picco di Navola. Risaliamo l’invaso lungo la massima pendenza, mantenendoci sul fondo e aggrappandoci di tanto in tanto a ciuffi di paleo (fortunatamente in questo periodo verde ed estremamente resistente) per agevolarci nei tratti più ripidi.

Raggiunte le rocce sovrastanti a 2h43’, siamo ormai sulla via normale al Picco di Navola: sforzandoci di individuare il passaggio più semplice ci dirigiamo a mezzacosta verso destra. Cerchiamo di seguire le deboli tracce nel paleo, poco più avanti un piccolo ometto su una grossa roccia ci conferma il giusto tracciato. Procediamo incontrando inizialmente qualche passaggio delicato, in occasione di piccoli invasi con placche rocciose affioranti spesso scivolose in quanto umide, dopodiché in poco più di 10’ il percorso diventa ben semplice, sempre immerso nel paleo. Alle nostre spalle si erge la bastionata rocciosa del Monte Rasore. Altri 5’ di cammino e siamo nuovamente su un’ampia dorsale erbosa: la seguiamo verso destra, aggirando facilmente i piccoli risalti che si incontrano, e a 3h10’ siamo in vetta.

Il Picco di Navola, pur essendo una vetta minore con i suoi 1272m, ci permette di ammirare un bellissimo panorama grazie alla sua posizione estremamente centrale. Dominatori assoluti della scena sono il Sagro (forse qui visto nel suo lato più maestoso e selvaggio con lo spigolo est in bella mostra) e il vicinissimo Monte Rasore, ma la vista è ottima anche su Grondilice, Torrione Figari e Punta Questa, Contrario, Cavallo, Tambura, Sella e Altissimo, nonché su parte della linea di costa.
Complice il grande caldo scegliamo di sostare solo 10’ in vetta, dato che come vedremo poco più avanti avremo a disposizione un tratto ombreggiato.

Ripartiamo perpendicolarmente alla direzione di arrivo, tenendo il Monte Sagro alle nostre spalle e la dorsale che congiunge il Picco di Navola col Monte Rasore alla nostra sinistra. Scendiamo prendendo come punti di riferimento un primo alberello più in basso e poi un secondo, mantenendoci sul pendio erboso compreso tra grosse rocce a destra e placche affioranti a sinistra. Le pendenze sono piuttosto elevate ma tutto sommato si scende senza eccessive difficoltà. Sotto di noi si articolano la Valle delle Rose e, ancora più in basso, il Canal Fondone.
Giunti al secondo alberello individuiamo ben più in basso, leggermente sulla sinistra, un’evidente dorsale prima erbosa poi rocciosa, caratterizzata anche da resti di muretti a secco: si tratta di antichi ricoveri per il bestiame, generalmente noti come Case Rapalli; dalla parte opposta, alla nostra destra quindi, si sviluppa un bel bosco. Il modo più semplice di procedere è dirigersi verso questi ruderi, andando a passare sopra la dorsale rocciosa (raggiungibile a vista muovendosi alla meno peggio) per poi scendere comodamente appunto in corrispondenza dei ruderi stessi; da qui la traccia piega perpendicolarmente verso destra dirigendosi verso il bosco, sommersa da un mare di felci (in questo periodo dell’anno estremamente invasive) ma fortunatamente ben individuata da un ometto di pietra su rocce affioranti, importante punto di riferimento presso il quale è presente anche qualche segno rosso sbiadito.
Anziché seguire il percorso appena descritto, noi tagliamo piegando leggermente a destra e mantenendoci all’incirca paralleli al filo del bosco, puntando a recuperare più in basso la traccia di sentiero che da Case Rapalli si dirige al bosco stesso. Scendiamo a vista facendoci largo come possibile tra le felci, finché non giungiamo all’ometto di cui sopra (15’ di discesa complessiva). A questo punto andiamo a destra su traccia seminascosta dalla vegetazione ma comunque facile da individuare; un secondo ometto funge da conferma, quindi finalmente entriamo nel bosco. Adesso il sentiero è nitido e largo, in leggero saliscendi; di tanto in tanto incontriamo anche qualche segno rosso. In meno di 5’ giungiamo all’estremità opposta del bosco e prima di affrontare il resto della discesa sostiamo 20’ a rifocillarci.

Usciti all’aperto il sentiero prosegue nitido e raggiunge in breve un crinale roccioso che i pastori hanno negli anni addomesticato ricavando scalini, realizzando massicciate ecc.: una meravigliosa testimonianza dell’ingegno e dell’operosità umani. Scendiamo quindi per lo più percorrendo tornantini, mantenendoci ora sul filo destro della cresta, ora sul sinistro, sempre con percorso piuttosto aereo. Svariati sono i punti panoramici presso i quali possiamo ammirare la valle di Forno e la linea di costa; uno sguardo verso il basso ci mostra anche la Sella dei Focarelli a cui siamo diretti. Perdiamo quota molto in fretta, nel tratto più basso il crinale diventa meno definito, ometti e segni rossi ci aiutano a individuare i passaggi migliori su un terreno fatto prevalentemente di sfasciumi. Passiamo nei pressi di un alberello, recuperiamo il crinale, superiamo un tratto abbastanza mosso con rocce grosse e solide e in 25’ (4h20’ totali) siamo alla Sella dei Focarelli.

Scendiamo liberamente verso destra per qualche metro per poi ritrovare poco più sotto la traccia di sentiero, per lo più individuata da saltuari ometti e segni rossi stinti. Andiamo a passare in testa a una colata detritica e in breve giungiamo a una sella minore; scavalcata quest’ultima, vediamo davanti a noi un secondo ravaneto naturale che attraversiamo nella sua parte alta facendo attenzione a eventuali smottamenti. Da questo punto in poi si scende seguendo l’andamento della vallata; alcuni alberi isolati sembrano messi lì apposta a indicare la direzione di discesa, ma per lo più è grazie ai numerosi ometti che ci manteniamo sul giusto tracciato. La prossima tappa è un grosso macigno, un tempo sfruttato come ricovero per il bestiame, ben visibile sin dal tratto antecedente il ravaneto; giunti qui (poco più di 20’ dalla Sella) pieghiamo verso sinistra, seguendo appunto la conformazione della vallata che forma sostanzialmente una “S”. La discesa è decisamente ripida ma tutto sommato comoda su terreno per lo più erboso, inoltre non vi è alcun problema di orientamento: anche se si perdesse la traccia, in questo tratto a dire il vero non sempre nitidissima, è sufficiente mantenersi più o meno paralleli alle colate detritiche sulla destra. Si inizia a vedere la strada per il Vergheto con in primo piano il tornante presso cui abbiamo parcheggiato, vicinissimo in linea d’aria ma ancora parecchio distante in quanto a dislivello. Più in basso il sentiero torna evidente e facile da seguire, portandoci compiere un’ampia curva verso destra (5h totali): scendiamo adesso perpendicolari al Canal Regollo, alla nostra sinistra l’enorme ravaneto naturale noto come “I Serroni”. Dopo altri 12’ affrontiamo un breve tratto detritico, da scendere con attenzione, e subito dopo la traccia ci porta a scavalcare alcune rocce; sotto di noi è ormai vicinissimo il fondo del canale, con il sentiero 137⇧ sul lato opposto. In breve successione siamo al bivio che abbiamo ignorato all’andata (ove ufficialmente si chiude l’anello), dunque ai resti dell’edificio di servizio e infine nell’alveo del Canal Regollo (5h20’).

Un paio di pozze di acqua limpidissima ed estremamente fresca ci invitano a fermarci 15’, trovando ristoro dalla calura e recuperando le forze, dunque riprendiamo il cammino e in 5’ (5h40’ totali) siamo alle macchine.
Viste su mappa: Come arrivare e Itinerario
Da Massa si segue via Bassa Tambura in direzione Forno, si supera Canevara e successivamente, ignorando le deviazioni per Casette e per Gronda/Resceto, si attraversa il centro abitato di Forno che si sviluppa lungo il torrente e la strada. Superato il paese giungiamo a un bivio: percorriamo l’ampio tornante verso sinistra e continuiamo in direzione Vergheto. Dopo alcuni tornanti la strada si allarga vistosamente, e in breve raggiungiamo un ennesimo tornante caratterizzato da un cointainer per raccolta acqua. Possiamo parcheggiare a lato della carreggiata.
Note
Questo itinerario è classificato EE da Bocchi e Maestripieri; noi ne confermiamo la classificazione complessiva per quel che riguarda le difficoltà tecniche, che si limitano fondamentalmente a un passaggio delicato su placca e a una discesa (comunque comoda) su un filo di cresta piuttosto aereo.

Ci preme, al tempo stesso, evidenziare come le vere difficoltà risiedano nel riuscire a seguire le tracce, talora debolmente segnalate, più spesso soltanto accennate, in alcuni tratti totalmente inesistenti. È dunque fondamentale che questo itinerario sia percorso esclusivamente da escursionisti abituati a muoversi in terreno apuano senza punti di riferimento se non la descrizione dell’itinerario, ed è altresì fondamentale stampare e portare con sé quest’ultima. Noi stessi, in un tratto, abbiamo dovuto ricorrere alla relazione di Bocchi/Maestripieri per risolvere una svolta scarsamente segnalata. È buona pratica, durante la salita, prendere qualche punto di riferimento che aiuti a tornare indietro qualora ne emergesse la necessità.
Naturalmente questa escursione va intrapresa solo in condizioni di ottima visibilità, dato che in alcuni tratti si procede “a vista” verso un punto di riferimento posto ad una certa distanza.

Suggeriamo, inoltre, di non fare affidamento sulla tecnologia: la copertura telefonica è totalmente assente, e non è raro che nel tratto di sentiero sottostante la parete del Picco di Navola anche il gps “impazzisca”.

Una buona alternativa alla seconda parte di questo itinerario potrebbe essere la discesa tramite la via normale e successivamente il sentiero 37; l’escursionista può riservare il tratto per la Sella dei Focarelli e Case Rapalli per un secondo momento.

Infine, come evidenziato nella relazione, in caso di necessità non appena terminato il sentiero della “gengiva” è possibile raggiungere direttamente il sentiero 37 nei pressi delle Capanne di Navola e utilizzarlo per rientrare immediatamente.


I tempi qui indicati sono da riferirsi a persone piuttosto giovani ben allenate alla fatica e al dislivello. A seconda del proprio stato di forma fisica, bisogna probabilmente considerare fino a un 15-20% di tempo in più.
Traccia GPS