DATA ESCURSIONE: 12/06/2021
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un approfondimento sul Monte Spallone.
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un approfondimento sul Monte Sagro.
Relazione a cura di Francesco Salvatori
Al termine della strada asfaltata non ci incamminiamo lungo la sterrata, prendiamo piuttosto a destra e saliamo talora su tracce ma più spesso a intuito tra la vegetazione. Raggiunto il crinalino soprastante lo seguiamo verso destra e a 17’ siamo alle case del Vergheto.
Tratti tra gli alberi si alternano ora a sezioni più aperte ma in questa stagione infestate dalle felci: a sinistra possiamo di tanto in tanto osservare la Cima d’Uomo, la Lizza del Padre Nostro (sentiero 195A, che percorreremo al ritorno) col suo riconoscibilissimo tratto intagliato nella roccia e più di sfondo i Campanili di Colonnata con le loro cave e il monte Maggiore.
Lasciamo alla nostra sinistra il sentiero 195 diretto a Cima d’Uomo e a 28’ siamo a un caratteristico e fotogenico rudere in posizione particolarmente panoramica su Spallone e Sagro. A 42’ le pendenze aumentano e iniziamo a salire più faticosamente con una serie di tornantini. Subito incontriamo una deviazione: a sinistra, su terreno roccioso, il sentiero 172 si dirige ai Vallini del Sagro e dunque a Foce della Faggiola; il sentiero 138⇧ continua invece in ripida salita tra la vegetazione, e in pochi minuti ci conduce a Foce Luccica (1029m, 50’ dalla partenza).
Foce Luccica è uno dei cuori pulsanti delle Apuane più selvagge. A destra, varie centinaia di metri più in basso, si articola il canal Regolo (o Regollo), al di là del quale il mt. Rasori e il Picco di Navola si mostrano in tutta la loro asprezza; chi ha salito il Picco seguendo le vecchie tracce dei pastori (vedasi relazioni dei relativi itinerari) riconoscerà sicuramente i ripidi versanti e le cengie su cui questi percorsi si sviluppano. Sulla sinistra, imponenti e apparentemente inaccessibili, si ergono i mt. Spallone e Sagro, con la repulsiva zona delle Borre; di sfondo la fa da padrone un massiccio crinale delimitato dalle foci di Vinca e di Navola. E infine, appollaiata su una dorsale erbosa che si protende verso il centro di questo anfiteatro, la Casa dei Pisani, silenzioso guardiano di questa valle.
Ha qui inizio un (difficile) percorso di cresta che conduce alla vetta dello Spallone (la “Sverzulina”). Noi proseguiamo invece lungo il sentiero 138⇧ gradevolmente a mezzacosta in falsopiano, approfittando delle pendenze dolci per goderci il paesaggio circostante. Abbandoniamo a 1h03’ il sentiero segnato, quando sulla sinistra si stacca evidentissima una via di lizza: seguiamo quest’ultima su percorso non segnato ma ben evidente; nei tratti meno intuitivi qualche ometto indica la corretta direzione. Quasi subito incrociamo una teleferica che si diparte da un edificio poco più in alto; più avanti la traccia smette di salire, e si dirige (ometti) in falsopiano verso un evidente grosso ravaneto, per lo più stabile ma comunque da affrontare con le dovute cautele cercando di non smuovere i grossi massi; un albero solitario appena più in basso sembra una sorta di oasi all’interno del ravaneto stesso. Attraversiamo la suddetta pietraia a 12’ dalla deviazione dal sentiero 138⇧.
Adesso il percorso si fa più largo e comodo, ingegnosamente strappato alla montagna con la costruzione di muri a secco e il probabile uso di esplosivi, tecniche che risultano ormai preistoriche se comparate alla costruzione delle attuali strade di accesso ai bacini estrattivi. Davanti a noi si stagliano le sagome dei monti Grondilice, Contrario e Cavallo, e più in primo piano Rasori e Picco di Navola; in basso, prima che il pendio precipiti verso il fondovalle, possiamo osservare lo sviluppo del sentiero 138⇧ e la Casa dei Pisani, vicinissima in linea d’aria.
A 1h35’ un edificio di servizio ridotto a rudere, con annessi macchinari in ferro sia nell’interno che sull’esterno, ci preannuncia l’ingresso nell’area delle cave Pisani, una sorta di bolla all’interno della quale il tempo si è fermato. Alla nostra sinistra, dirimpettaio al rudere, un ometto indica chiaramente la prosecuzione del sentiero; prima di continuare però dedichiamo qualche minuto all’esplorazione dei dintorni. Entriamo in ciò che resta dell’edificio di servizio: una finestra ci mostra le Apuane incorniciate come fossero un quadro; ci addentriamo poi nel piazzale di cava ove enormi blocchi di marmo dalla forma regolarissima, alti ben oltre il metro e mezzo, giaccono disposti ordinatamente, quasi a creare una sorta di geometrico labirinto.
Dopo circa 15’ torniamo all’edificio di servizio e lo lasciamo alle nostre spalle, salendo ripidamente lungo una dorsalina che il paleo è riuscito a strappare alla roccia; al culimine di essa si staglia un albero isolato, ma le tracce svoltano a destra poco prima di raggiungerlo. Ci muoviamo ora tra placche e sfasciumi, con attenzione ma senza grandi difficoltà: è importante seguire fedelmente gli ometti (ai quali si aggiunge qualche sporadico bollo rosso), ed è buona pratica aggiungere qualche pietra ad essi di modo da garantire la “sopravvivenza” dei punti di riferimento a chi percorrerà queste tracce dopo di noi. A 1h56’ pieghiamo bruscamente a sinistra, compiendo praticamente un’inversione di marcia, e ci troviamo all’improvviso su un bel pendio erboso attraversato da una nettissima traccia a mezzacosta. Già da una certa distanza possiamo notare una freccia rossa nelle rocce sovrastanti, all’incirca nel punto in cui queste si avvicinano maggiormente al sentiero: raggiunto questo punto in 9’ seguiamo la direzione indicata dalla freccia, abbandonando la nitida traccia che prosegue dritta. Prendiamo dunque a destra e iniziamo a salire faticosamente su zolle di terra e paleo per guadagnare il fondo del canale che andremo a percorrere.
Nell’invaso possiamo notare due grossi muri a secco, con ogni probabilità eretti per proteggere le cave sottostanti da eventuali scariche di sassi. In corrispondenza del muro inferiore (2h17’) attraversiamo con attenzione (ma senza difficoltà) il canale, andando a portarci alla sua destra (sinistra idrografica). Più in alto, su delle rocce a sinistra dell’invaso stesso, si nota un bollo rosso; dobbiamo però ignorare questo riferimento e seguire le tracce, qui piuttosto labili, che in prima battuta salgono e successivamente puntano decisamente verso destra, dando quasi l’impressione di andare nella direzione sbagliata. In alcuni tratti la traccia si riduce a poco più che dell’erba calpestata ed occorre un buon fiuto per azzeccarla pienamente, ma è sufficiente seguire la linea più logica senza preoccuparsi di tornare verso l’invaso. 18’ dopo, superato un colletto si inizia a vedere una linea a mezzacosta che traversa verso sinistra in direzione del canale, valicando una fascia rocciosa nell’unico punto in cui questa si interrompe: grossi ometti ne confermano la correttezza. Raggiunto il fondo dell’invaso procediamo ora a vista cercando il percorso meno faticoso (le tracce aiutano ma non sono indispensabili).
A 2h45’ siamo all’ampia sella quotata 1436m. Il panorama si apre su Brugiana, Cima di Gioia, Colonnata, Campanili di Colonnata e monte Maggiore, nonché sulla linea di costa; alla nostra sinistra spicca l’ultimo importante risalto della Sverzulina, a destra la cresta prosegue ripida ma larga verso lo Spallone. Guardando in basso possiamo notare un rudere presso cui transita il sentiero 172, che percorreremo al ritorno (è anche possibile raggiungere direttamente il sentiero 172 da qua, vedi sezione “Note”); alle nostre spalle invece il canale appena percorso precipita ripidamente.
Visto che abbiamo ancora un po’ di dislivello da affrontare è bene non fare indurire troppo le gambe: riposiamo giusto 15’ e ripartiamo. La cresta è ripida e faticosa ma non difficile, tra paleo, roccette e di tanto in tanto sfasciumi; man mano che la saliamo il panorama tende ad aprirsi ulteriormente da entrambi i lati. Circa 40’ e siamo in vetta al Monte Spallone, ove troviamo un ometto (3h40’ complessive). Da qui in poi l’esposizione si farà sentire, soprattutto sul fianco destro che precipita verticalmente: qualora il senso di vuoto diventasse eccessivo è bene tenersi leggermente sulla sinistra, dove il pendio degrada più gradualmente. Il percorso comunque non è difficile: occorre prestare un po’ di attenzione in un primo tratto in discesa su roccette, dopodiché si cammina pressappoco in piano. Il prossimo obiettivo, il Monte Sagro, si erge maestoso davanti a noi: molto bella soprattutto la vista sulla zona delle Bore, aspra e brulla; la cresta che percorriamo appare invece “macchiata” da una moltitudine di puntini gialli ed altrettanti bianchi, un vero e proprio tripudio di fioriture. Una nitida traccia ci porta ad aggirare a mezzacosta un risalto non affrontabile direttamente, dopodiché andiamo a recuperare il filo di cresta (ometti sulla sommità di una specie di vetta bifida) e cerchiamo di non abbandonarlo più fino alla vetta. L’ultimo tratto è ripido, tra rocce affioranti e zolle erbose: la fatica si fa sentire.
Giungiamo sulla sommità del Sagro a 4h25’. È ragionevole credere che questa vetta sia nota alla maggior parte dei nostri lettori, essendo tra le più frequentate della catena; chi invece non la conoscesse sappia che vi troverà una grossa croce e una rosa dei venti con indicate le principali montagne e località da qui visibili: da un lato tutte le Apuane settentrionali (che da qui appaiono disposte ordinatamente in fila) e di sfondo l’Appennino, dall’altro la linea di costa dal golfo di Spezia fino a Livorno e ancora più in lontananza all’Elba. Il punto di osservazione è talmente privilegiato sulla valle di Vinca che alcuni notevoli “apuanisti” sono da qui riusciti ad individuare (e successivamente a percorrere) l’intero sviluppo della Cengia del Garnerone, notevole tracciato che si staglia a mezzacosta sul fianco dell’omonima cresta (vedasi relative relazioni), senza avere alcuna pregressa informazione riguardo l’esistenza dello stesso. Infine in giornate particolarmente terse si riesce a individuare (soprattutto al tramonto) l’inconfondibile sagoma piramidale del Monviso. Sostiamo in vetta 20’.
La discesa avviene per la via normale, indicata con vecchi segni blu ormai appena intuibili e più recenti segni gialli (questi ultimi indicano il percorso del Grande Trekking, caratteristico evento che giunge proprio sul Sagro partendo nientemeno che dalla spiaggia di Marina di Carrara). Si procede per lo più sul crinale fino a un bivio: a sinistra, ben indicato da frecce, il nostro sentiero prosegue in direzione di Foce della Faggiola, proseguendo dritti si percorrerebbe invece il cosiddetto “sentiero degli ometti” che a parer di molti rappresenta la “vera” normale al Sagro e di sicuro ne costituisce la direttissima. Qualche roccia scivolosa fa capolino di tanto in tanto nella traccia scavata nella terra, senza comunque costituire un’insidia che richieda qualcosa in più di un po’ di attenzione. Poi, man mano che si perde quota, il sentiero diventa sempre più dolce e parimenti l’ambiente ameno: stiamo transitando nei bellissimi prati alla base dello Spallone, in questo periodo vestiti di un bel verde acceso. Variopinte orchidee spuntano in qua e là. Foce della Faggiola è sempre più vicina a noi, alla sua destra il mt.Faggiola e di sfondo il mare. La raggiungiamo dopo 38’ di discesa.
Un vecchio cartello ci indirizza sul sentiero CAI 172: ha qui inizio una traccia orizzontale a mezzacosta nel paleo, inizialmente comoda ma via via più stretta ed esposta (e contestualmente suggestiva) con l’incedere dei passi, apparentemente diretta verso la sella quota 1436m, nostra vecchia conoscenza. Si cambia bruscamente direzione in prossimità di un invaso ove troviamo un caratterisco rudere in pietra costruito sotto a un albero: qui iniziamo a scendere con fatica ed estrema prudenza lungo il massimo declivio, dapprima sul pendio e quindi su una ben definita dorsale erbosa con rocce affioranti, ai piedi della quale si stagliano un antico taglio di cava (Buca del Fagiano) e una relativa via di lizza. L’ambiente intorno a noi è aspro e maestoso. È importante non sottovalutare questo tratto: le pendenze sono piuttosto sostenute e le gambe, ormai provate dai dislivelli affrontati, potrebbero giocare brutti scherzi. A 5h53’ (35’ da Foce della Faggiola) transitiamo a fianco del suddetto taglio di cava, dunque sempre su pendenze importanti andiamo in direzione delle cave attive che ben vediamo più in basso: i Vallini del Sagro. Piuttosto interessante, in questo tratto, la vista sul Maggiore e più in lontananza sui Campanili di Colonnata. Inizia ora una lunga sezione ai margini di un’area interessata dall’escavazione (cave Seccagna e Alba Ventura, quest’ultima ancora attiva), con passaggi artificialmente scalinati e adeguatamente protetti con corrimani e funi, o addirittura all’interno dell’area di cava stessa direttamente su marmifera; un ultimo ripido tratto (ben protetto) a gradoni di marmo grezzo ci porta dopo 35’ ad uscire definitivamente dal perimetro della zona estrattiva e con esso dal grosso delle difficoltà. Ora il sentiero è prevalentemente roccioso ma più semplice; davanti a noi si stagliano Cima d’Uomo e il parallelo crinale su cui ben individuiamo le case del Vergheto che ancora sembrano lontanissime. Poco prima di un intaglio ci troviamo su una via di lizza che scende dalla soprastante (abbandonata) Cava Verzolina: è la Lizza del Padre Nostro (195A). Alcuni fori da piro dalla forma anomala (interno in parte tondo in parte quadrato, esterno per metà esagonale e per metà ottagonale, a creare un poligono irregolare di 7 lati) catturano la nostra attenzione. Superato l’intaglio stesso abbandoniamo il tracciato del 172, che si mantiene alto sopra un piccolo ravaneto in direzione di Foce Luccica, e continuiamo a seguire la lizza che punta dritta verso Cima d’Uomo. Siamo in cammino da 6h56’.
La lizza è ripida ma non difficile, e per quanto breve merita di essere percorsa per il ricciato molto ben conservato e per un tratto intagliato nel fianco del monte. Poco più avanti sfocia nel crinale che scende da Cima d’Uomo. In 18’, superati un pittoresco e caratteristico blocco con numerosi fori da piro e successivamente un rudere, troviamo finalmente i segnavia del sentiero 195 che seguiamo in discesa verso sinistra su tratto scalinato che in tempi passati era in uso ai cavatori. Davanti a noi, più in alto, si staglia Foce Luccica: ed è interessante notare come nel pendio una linea retta quasi perfetta separi la zona brulla da quella ricoperta da vegetazione. Una brevissima sezione invasa da felci fa da anticamera all’ingresso nel bosco, un bel castagneto fitto e fresco; ed è proprio ai piedi di un castagno, alla nostra sinistra, che incontriamo la polla comunemente riconosciuta come le Sorgenti del Carrione. Proseguiamo ora in falsopiano senza fatica fino a innestarci a 7h40’ totali sul sentiero 138⇧ già percorso all’andata.
Superate le case del Vergheto raggiungiamo un ampio spiazzo tra i castagni secolari (frequente meta di picnic e tendate) e imbocchiamo questa volta la strada sterrata a sinistra che in pochi minuti ci porta alla macchina, dopo ben 8 ore di cammino.